Tortoweekend Cultura. Scoprendo Gabriele D’Annunzio a 150 anni dalla nascita: il sublime come assoluto esistenziale
TortoWeekend
Venerdì 15 Marzo 2013 18:29

 

dannunzioLuigi Paolicelli, il 12 mar 2013
Vivere un’esistenza che fosse esemplare per se stesso e monumento per tutti quanti gli altri. Gabriele D’Annunzio, ultimo esponente di quella brillante tradizione della poetica italiana in grado di incantare e affascinare sin dalla prima lettura con versi raffinati, è stato un autore prolifico che nella maniacale e suggestiva ricerca estetica della scrittura, ha reso quest’ultima la prima tappa di un percorso assolutamente autocelebrativo e opulento. Una poetica che raggiunge il suo acme proprio con l’Alcyone e che esplicita un decadentismo destinato quindi ad infondere suggestioni nel lettore.
 
Esteta, romantico, egocentrico. D’Annunzio, rappresenta un fulgore intellettuale paradossalmente raggiunto attraverso la mitizzazione dell’apparire e che non ha avuto successori o epigoni. L’opera omnia, così come la vita del poeta pescarese sono entrambe l’altare su cui è stata poi elevata una superficialità somma, eccessiva e intrepida: dalla passione irrefrenabile per le donne alla visione epicamente distruttiva della guerra. Tutto diviene occasione e mezzo di glorificazione dell’ego.
 

 
Anche la scrittura. Acuta e vibrante: capace di risvegliare i sensi e ricordare all’uomo di essere frutto e preda del desiderio. Atto in se creatore e al contempo demolitivo. Interprete degli echi della passione apollinea che si agita nell’animo umano, il D’Annunzio diviene quindi l’emblema di un estetismo: che sfocia e si confonde nel panismo, nel futurismo e nell’edonismo di cui Il Piacere è la sublimazione più intensa.
 
Gabriele D’annunzio inaugurò in Italia una vera e propria metafisica dell’intrepido che forgia il mito dell’uomo moderno come novello prometeo: latore di un fuoco culturale destinato a sconvolgere la società contemporanea, attraversata da una evidente crisi dei valori. Una istanza ribelle e sontuosa: fornita per sostenere quel modello superomistico iperbolico concepito dallo stesso Vate. L’artista è quindi un condottiero che ispira l’agire degli individui comuni, un uomo superiore come si evince ne Il Trionfo della morte o anche ne Il Fuoco e ne Le vergini delle rocce.
 
Da giovane intraprendente, cucì su di se sin dall’adolescenza quell’aura di temeraria spregiudicatezza che lo spinse ad emergere, a distinguersi con gesti plateali. Desideroso di accrescere la propria fama, diffuse voci sulla propria morte per una caduta da cavallo al fine di conferire al Primo vere il sapore irresistibile della geniale opera postuma; rovesciando un corollario della più famosa delle battute di Mark Twain: la notizia della mia morte è alquanto esagerata. Per poi realizzare imprese militari, spericolate e rischiose: come il volo su Vienna o la tragica impresa fiumana che si concluse in un bagno di sangue nel natale del 1920.
 
Assolutamente dionisiaco nell’accezione Nietzschiana, il principe di Montenevoso  visse con lo scopo di divenire egli stesso opera d’arte: così Gabriele D’Annunzio creò le fondamenta del proprio culto personale. Figura carismatica per i suoi “legionari” e sostenitori, e demiurgo della propria esistenza che ad ogni giorno si faceva autobiografia clamorosa.
 
Lo stesso Vittoriale,  scelto come dimora ultima dal poeta combattente è la materializzazione mastodontica del proprio ego: un mausoleo che riporta ogni sfaccettatura della personalità del vate e la rende icona e insegna di un periodo che dell’eccesso, che dello stile vezzosamente ricercato aveva fatto una imprescindibile consuetudine.
 
Scrittore, politico, poeta, eroe di guerra, amante, D’annunzio conferì all’apparenza una  filosofica maestosità compiaciuta e tronfia: che dagli scritti alla sua storia personale, sino alla sua ultima dimora, è stata la cifra di una modernità vacua che spoglia i valori di ogni umiltà per renderli dei motti gloriosi e vaghi, rivestiti solo di una patina aurea. A 150 anni dalla sua nascita Gabriele D’annunzio è per la contemporaneità l’archetipo e l’estrema sintesi di quel sublime superfluo che ad oggi sembra essere il perenne zeitgeist dei nostri tempi.

 
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