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Cartiera: come eravamo
Cronaca
Venerdì 10 Febbraio 2012 00:00

cartieraSono lontani i tempi in qui il porto di Arbatax era gremito di navi, fino a dieci in rada che attendevano intorno all’isolotto di poter scaricare le proprie merci. Sono lontani i tempi in cui l’aeroporto di Tortolì aveva ragion d’essere, quando, fungeva da supporto tecnico e logistico alla Cartiera di Arbatax.

La storia della nostra città è strettamente legata a quella della cartiera e ripercorrere le tappe della grande industria dell’Ogliastra, attraverso il racconto di alcuni addetti ai lavori, significa ripercorrere le tappe del nostro più recente passato. La loro voce può fornire una chiave di lettura della realtà socio culturale del nostro territorio.

 La cartiera di Arbatax nacque nel 1963, in quegli anni Tortoli viveva prevalentemente di un’economia agropastorale oltre alla lavorazione del tabacco ed alla pesca. Nell’Italia del boom economico degli anni ‘60, l’industria arrivò anche in Ogliastra e portò con sé ripercussioni socioeconomiche che modificarono inevitabilmente il nostro territorio.

Il complesso della cartiera, uno dei più moderni e all’avanguardia del periodo, sorgeva su 120 ettari di terreno, alimentato da una gigantesca centrale elettrica. Due macchine continue (inizial­mente la Bonaria e successivamente anche l’Arborea) garantivano un’intensa produzione, fino a 400 tonnellate giornaliere di carta per quotidiani. Con la cartiera nacque l’aeroporto e un quartiere residenziale per i cartari e le loro famiglie: il villaggio della cartiera a Porto Frailis. Ma a svilupparsi non fu solo l’economia ma la consapevolezza nata dalla coscienza di una nuova classe sociale: gli operai. Nacque cosi anche il sindacato che si sviluppò e crebbe con la cartiera. Molti dipendenti che vivevano nelle zone limitrofe si trasferirono con le loro famiglie, si posero le basi perché Tortolì diventasse una città vera e propria. E da questo momento in poi iniziò a svilupparsi anche il settore dell’edilizia.

“La cartiera in Ogliastra era come la Fiat a Torino - afferma Ermanno Onnis allora Segretario Cartari Cgil- attorno ad essa ruotava una fervente economia di cui beneficiava tutto l’indotto. Parliamo di circa 180 portuali, camionisti, officine di manutenzione che vivevano grazie alla cartiera. In quegli anni gli operai erano circa 730 con un indotto che occupava altrettanti lavoratori. Ermanno Onnis ha lavorato nel sindacato dei cartari per 10 anni, dal 1970 al 1980. Nei primi anni un operaio guadagnava dalle 40 alle 60 mila lire, negli anni ’70, 80 mila lire, un turnista guadagnava fino a 160 mila lire. La retribuzione era buona perché si lavorava sempre, anche durante i festivi. Negli anni ‘70 i nostri stipendi erano superiori anche a quelli dei dipendenti statali, lavorare come cartario era un privilegio. E’ stata un’esperienza utile in molti settori, la cartiera è stata una scuola di vita per molti. Da un’economia agropastorale, infatti, si è passati a un’economia industriale che ha formato un’intera classe dirigente Ogliastrina”.

L’emozione è evidente negli occhi di Peppino Balzano quando racconta dei suoi anni passati a lavorare in cartiera come analista chimico responsabile controllo qualità. Ci racconta: “Ho lavorato per trentacinque anni, esattamente da quando la cartiera ha aperto i battenti nel 1963. Ne conosco tutta la storia, mi sono goduto il bello e il cattivo tempo. Feci più di un anno di formazione prima di iniziare, un mese nella colonia di Arbatax e un anno a Trieste, allora nessuno aveva competenze nel campo dell’industria. Producevamo carta da giornale, poi ci specializzammo in altri settori come carta da settimanale, guide telefoniche. Stampavamo fino a 400 tonnellate giornaliere con la macchina continua Arborea e nel 1970 attivammo anche la Bonaria. La cartiera aveva le sue navi, la Latinia e l’Arbatax, con cui trasportava i prodotti finiti. Esportavamo in tutto il bacino del mediterraneo: Spagna, Marocco, Libia, Algeria, Israele. Le materie prime arrivavano dalla Russia, dal Canada, dalla Finlandia e dalla Svezia. L’abete e la cellulosa dalla Russia, i pioppi dal Canada, il talco dalla Svezia. Il porto di Arbatax che prima accoglieva solo pescherecci conosce il traffico delle navi mercantili, arrivavano le grandi petroliere una o due volte l’anno che portavano il greggio per alimentare la centrale elettrica. Allora l’aeroporto viaggiava anche due volte al giorno.”

 Leandro Peralta iniziò a lavorare all’età di 21 anni come capoturno alle macchine continue. Gira­vano 24 ore su 24 -racconta- non ci fermavamo mai lavoravamo a turno giorno e notte, anche nei giorni festivi, ma il nostro salario era molto buono. Negli anni ’60 un operaio andava a lavorare in bici o a piedi, poi l’economia iniziò a girare e gli operai poterono permettersi di comprare l’auto. A Tortolì si iniziarono a vedere le prime 500,126,124. Essere un cartario era diventato ormai uno status e in quegli anni si usciva con la tuta da lavoro, il fascino della divisa era un ottimo modo per trovare una fidanzata. La cartiera era il pilastro economico ogliastrino e i cartari rappresentavano l’aristocrazia operaia. Quando arrivavano le navi russe, i cartari facevano gare per salire nelle loro imbarcazioni e compare o barattare macchine fotografiche e orologi perché costavano poco. Mentre i marinai sovietici lasciavano il loro ricordo disegnando il proprio stemma nei muretti del porto”.

I vecchi murales sono disegni oramai sbiaditi, ma non i ricordi dei cartari che restano vividi nella loro memoria. Quando la cartiera chiuse i battenti, uno dei lavoratori disse: “gli operai della cartiera si sentono orfani, è come uno che perde la madre e non si rende conto che l’ha persa, pensa di averla sempre , però non c’è”.

Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Febbraio 2012 10:00
 
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