Tortoweekend Regionale. Un timido elogio alla parolaccia con rispetto parlando
TortoWeekend
Giovedì 25 Luglio 2013 09:50

bambini-e-parolacceIn queste ore ho appena finito di leggere un interessante pamphlet sui nuovi codici della comunicazione, che riserva un intero capitolo all’elogio della parolaccia. Confesso un approccio preconcetto (<la trivialità che sta permeando la società, la televisione, la piazza virtuale è sintomo di un allentamento dell’autocontrollo, dei freni inibitori verbali, del riconoscimento dell’altro come interlocutore da rispettare>), entrato in una crisi non ancora risolta dopo la lettura. L’approccio dell’autore è completamente ribaltato: “La potenza comunicativa della parolaccia e la sua diffusione in ogni ambito sociale, culturale e professionale – pur condannabile dal punto di vista delle buone maniere – meritano un qualche impegno di analisi”.  E’ qui che si avvia un percorso così tortuosamente logico da essere capace di far saltare in aria ogni granitica certezza. Proviamo (è la prima provocazione) a “desemantizzare” la parolaccia? Se la spogliamo del ruolo di significato riferito a un vero e proprio significante (si fa l’esempio dell’intercalare, molto sassarese, “azz”) perde ogni carattere di volgarità per assumere un valore di puro divertimento, di formula persino simpatica e incisiva.  Se poi si entra nella semantica vera e propria questo diavolo di un autore (invero fino a oggi a me sconosciuto) spazia da Lucio Dalla, a Masini, da De André a Ligabue, per risalire a Bukowsky, Dante e altri capisaldi della letteratura moderna e classica, per arrivare a un’altra conclusione: “Viva la parolaccia, quando aiuta a esprimere meglio un concetto, senza abuso, senza volgarità, senza falsi pudori”. E ancora ci interroga sul nostro essere quotidianità inserita nella quotidianità altrui: la usiamo per impartire un ordine, per rafforzare un augurio, per scongiurare un pericolo, per commentare la pigrizia di un collega, per raccontare della rampogna del nostro capo (<mi ha fatto un cazziatone>). Quando la generazione dei quarantenni sarà quella dei nonni (non tanto presto, visto che abbiamo mediamente figli compresi tra i tre e i dieci anni) probabilmente le parolacce avranno acquistato dignità pubblica e raggiungeranno ogni nobile forma di espressione. Non so se vi interessi sapere come la penso io al riguardo, ma visto che siete arrivati fino a qua ve lo dico lo stesso:  mi interrogo (perché è giusto interrogarsi), resto un medio distributore di parolacce, ma rimango convinto del fatto che finché non recuperiamo il rispetto per le persone porsi il problema del linguaggio elegante sia addirittura secondario. Al mio paese, quando si voleva uscire dalla formalità del Lei un po’ ipocrita, gli anziani dicevano:  ”Narami de tue, ma trattami ‘ene”.

Antony Muroni

Unione Sarda

 
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