Tortoweekend Cultura. Intervista a Philippe Daverio: quando la cultura è palestra dell’autentica italianità
TortoWeekend
Venerdì 01 Febbraio 2013 15:12

 

philippedaverioSguardo attento e illuminato da una vivace scintilla di divertita sagacia e incorniciato dalla montatura tonda dei suoi inconfondibili occhiali; stile impeccabile, garbatamente disponibile, sempre pronto al dialogo, soprattutto sulla cultura. Così Philippe Daverio si presenta nell’intervista realizzata in chiusura della presentazione dei dati sulle Primarie della Cultura promosse dal FAI il 30 gennaio 2013 (vedi anche qui). Adempiuto il ruolo di moderatore dell’evento, che ha tratto le conclusioni sulla prima importante iniziativa per il rilancio dell’identità storico-artistica dell’Italia, ecco quindi lo studioso e conduttore della trasmissione Passepartout, calarsi nei panni a lui più consueti dell’osservatore e analista del costume culturale odierno.
 
Primarie della cultura: democrazia diretta o cultura democratica quale delle due?
No, la democrazia diretta è una cosa pericolosissima, il primo signore che ha parlato di direkte demokratie, stava in Germania, faceva l’imbianchino aveva i baffetti ed era di origine austriaca. Non c’è niente di peggio della democrazia diretta, come diceva Sir Winston Churchill: e questo perché la democrazia deve essere mediata attraverso i meccanismi che formano i corpi democratici che la costituiscono. Questo però non vuol dire che la crisi di coscienza dell’animus complessivo di una nazione non possa passare anche attraverso iniziative come quella del FAI. Chi aderisce al FAI ha già intrapreso un percorso di maturazione propria, quindi non è come chiedere – partendo dall’autista di un autobus sino all’ultimo passeggero – cosa ne pensa del fatto che il mezzo sia fermo: questa è la democrazia diretta. Invece il FAI in un qualche modo rappresentato un partito, non politico, ma un partito, come quello di Luigi XIV che patrocinava le arti. Il Fai è il partito della conservazione accorta e accorata dei materiali e dei beni storico culturali.
 
Gli italiani conoscono arte e cultura altrettanto male come la propria religione; e sempre più anche come la propria lingua, questo degrado del patrimonio dell’ italianità a quali radici si potrebbe ricondurre?
La questione è piuttosto curiosa. L’Italia è l’unico Paese in Europa che insegni ufficialmente Storia dell’Arte nelle scuole, ed è quello che la massacra. Per questa ragione ho più volte proposto di abolirne l’insegnamento, perché Tedeschi e Francesi non lo fanno eppure hanno un rispetto maggiore del loro passato e una richiesta culturale. La questione di fondo è che in Italia esiste un grandissimo distacco tra una cultura aulica 800esca che ha perso il contatto con la realtà: che vive di una propria lingua, di una propria retorica e che non ha nulla a che vedere con il vero; e una realtà concreta che non si è mai articolata in nuova presa di coscienza. L’operato del FAI mira a creare un base di coscienza per la quale gli italiani si rendano conto che, sebbene abbiano ricevuto una eredità storica importante e una complessità nazionale raramente compresa, investire nella cultura significa ottenere uno strumento di competitività e non perché debba essere rivenduta l’indomani nella speranza di accontentarsi delle briciole;
 
La cultura è ancora una “moneta” la cui valuta è riconosciuta e riconoscibile al mondo d’oggi?
La cultura non è una moneta, ma una palestra. Su questo va fatta una distinzione radicale. Questa teoria nata negli anni ’70-’80 che la cultura fosse una roba per far danaro, è una cretinata colossale. “Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”; come recita la scritta sul Teatro Massimo di Palermo. La cultura è la nostra formazione, la nostra identità ed è la nostra palestra per ritornare competitivi. Noi sappiamo tagliare le giacche meglio degli altri, ingegnare auto da corsa meglio degli altri e preparare robe in cucina meglio degli altri: perché abbiamo quella cultura lì. La cultura non la dobbiamo vendere, perché è un bene preziosissimo per la nostra formazione. Su questo il Paese si deve battere: chi oggi deturpa il paesaggio non compie un crimine contro un’estetica vaga, ma contro il futuro del Paese. Cosimo De’ Medici (detto il Vecchio Ndr) lo aveva capito già nel ’400 è ora che lo capiscano anche gli italiani.
 
Quanto la televisione secondo la sua esperienza può avvicinare il pubblico all’arte?
La televisione è uno strumento all’inizio della sua carriera esattamente come lo era l’editoria nel 1620: aveva 60 anni e deve trovare ancora il suo linguaggio. Quello che è fantastico, è che è possibile imboccare anche direzioni diverse da quelle abituali, e questo funziona. Faccio televisione da 10 anni in un modo inizialmente considerato snobistico, e tuttavia posso contare su di 5-6% della popolazione che è più che sufficiente. Questo perché sono le elite che trascinano il popolo. Le nazioni vanno avanti in questo modo: non è necessario che tutto sia sempre legato al numero più vasto. I numeri contenuti, determinati, capaci di influenzare le opinioni degli altri sono l’unica vera garanzia di democrazia. La democrazia oggi ha bisogno di meccanismi di guida, e questi meccanismi sono di chi ha frequentato queste palestre: cioè di chi sappia aggiungere un punto in più al pensiero odierno; di questo abbiamo di bisogno di nuove elite. Questo è quello che stiamo cercando.

 

Luigi Paolicelli, il 01 feb 2013
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