Piccole storie da far west
Editoriale
Scritto da Administrator   
Venerdì 02 Marzo 2012 00:00

 

farwestOgni tanto accade che il clima a Tortolì sia quello da assalto alla diligenza. Qualche volta il bottino sono i finanziamenti pubblici, e almeno non si rischia che ci scappi il morto, altre invece entrano in azione le pistole e qualche povero diavolo si trova invischiato in una brutta situazione, sotto la minaccia di un'arma. È accaduto anche pochi giorni fa all'agenzia del Banco di Sardegna di Arbatax e per fortuna, ancora una volta, almeno non si è sparato un colpo. Due volte in pochi mesi qui a Tortolì, atteggiamento professionale, freddezza da chirurghi, qualche battuta per stemperare il clima e far capire che si ha il completo controllo della situazione e via, spariscono nel nulla, inghiottiti dal silenzio dei poveracci terrorizzati rinchiusi in uno stanzino.

Ma perchè rischiare così pesantemente per poche migliaia di euro? Cosa può spingere un giovane, perchè l'unica cosa certa è che sono giovani, a mettere a repentaglio la propria vita e il proprio futuro? Una facile sociologia la butterebbe sul drammatico. Disoccupazione, lo stato non ti supporta, tutta colpa della finanza, della politica e delle banche e quindi andiamo alla fonte a prenderci quanto ci è dovuto.

Può essere questa una risposta? Possiamo accontentarci di una soluzione così semplice e consolatoria che butta il fardello della responsabilità sugli altri, sui forti, su chi ci vessa ogni giorno? Non possiamo, perchè di disoccupati, sottooccupati, perseguitati dalle banche, da Equitalia, licenziati, ne conosciamo tutti e non si sognano neanche minimamente di andare a rapinare una banca rischiando, oltre alla propria, l'altrui vita.

Deve esserci qualcosa d'altro. In questi giorni c'è stata anche una forte recrudescenza degli attentati ad amministratori. Minacce per lo più o danni materiali che raramente mettono a rischio altre vite ma che queste vite gettano nella più profonda disperazione. Vivere con l'incubo che possa accadere di peggio, perchè questa è la minaccia esplicita, per se o peggio per un proprio caro, è la forma di tortura più violenta che si possa attuare. Perchè, quindi? Un appalto, un'assunzione, la violazione di un patto politico, possono essere motivi sufficienti? Come prima la risposta è no, non possono, per gli stessi motivi.

Questi fatti non sono altro che la punta di un iceberg che non è quello del disagio sociale ma quello del rifiuto del rispetto delle regole. Tutti noi siamo tessere di un puzzle, parti di un disegno, che possono dare luogo ad un risultato armonico solo se rispettiamo le regole che ci siamo dati. Il loro rispetto, siano esse leggi che consuetudini, l'educazione civica, il rispetto degli anziani, dei deboli, dei beni comuni, anche in un contesto di difficoltà come quello che attraversiamo oggi, sono la conditio sine qua non per dare comunque un'armonia al quadro della nostra comunità. Chi si pone al di fuori di queste regole, e accade sempre più spesso a scuola come in politica o semplicemente al volante, sta imboccando la china che porta verso l'uscita dalla comunità e non merita più il rispetto degli altri. Per questo ognuno di noi, nel suo piccolo, ha il dovere di vigilare.

 
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